A una decina di minuti d’auto da Guspini, sulla strada che sale verso le colline al confine con Arbus, il paesaggio cambia all’improvviso: torri merlate, pozzi di estrazione, palazzine ottocentesche, piazzali dove un tempo correvano i vagoncini. È la Miniera di Montevecchio, che tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento è stata uno dei più importanti distretti minerari d’Europa. Oggi è un museo a cielo aperto, e anche sotterraneo, che si visita con le guide in cinque percorsi diversi. Ecco come orientarsi.
Un secolo e mezzo di piombo e zinco
La storia moderna di Montevecchio comincia nel 1848, quando re Carlo Alberto concede lo sfruttamento del giacimento al sassarese Giovanni Antonio Sanna, imprenditore, banchiere e deputato. Dai filoni si estraevano galena argentifera, da cui si ricavavano piombo e argento, e blenda, il minerale dello zinco. Il successo è rapido: nel 1865, con 1.100 operai, Montevecchio è la miniera più importante del Regno d’Italia.
Nel Novecento la società passa a Montecatini e Monteponi, poi entra nell’orbita di Montedison. Da lì comincia il declino del settore, con la chiusura progressiva dei cantieri fino allo stop definitivo del 1991. Come ricostruisce la scheda storica del Ministero della Cultura, l’area era divisa in due grandi zone: Levante, con Sciria, Piccalinna e Sant’Antonio, e Ponente, con Sanna, Telle e Casargiu. Tre dei percorsi di visita, Sant’Antonio, Piccalinna e la galleria Anglosarda, si trovano nei cantieri di Levante. Chi vuole approfondire il contesto trova sul portale la storia di Guspini, dalle domus de janas alla città di Neapolis.
I cinque percorsi della Miniera di Montevecchio
Palazzo della Direzione. È il percorso più scenografico. Sanna lo volle come sede degli uffici e come casa di famiglia, e fu costruito negli anni Settanta dell’Ottocento su tre piani, intorno a un chiostro con un porticato dalle volte a crociera decorate a grottesca. Sanna morì nel 1875, prima della fine dei lavori, e non ci abitò mai. Il pezzo forte è la Sala Blu, che deve il nome alle decorazioni che ricoprono pareti e volta: camino, specchi dorati e un pianoforte a coda raccontano i ricevimenti di un tempo. Basta salire nel sottotetto per passare agli spazi modesti della servitù. Alle spalle dell’ingresso c’è la piccola chiesa di Santa Barbara, patrona dei minatori. La visita dura circa un’ora.
Sant’Antonio. È il primo cantiere concesso a Sanna nel 1848. Si visitano la torre merlata del pozzo di estrazione, le sale degli argani e dei compressori, gli alloggi degli operai, arredati con l’essenziale di una famiglia di minatori, e l’ex deposito minerali, che spiega il passaggio dalla roccia grezza al metallo.
Piccalinna. Intorno al pozzo San Giovanni si conserva una macchina di estrazione da 120 cavalli vapore, capace di sollevare 20 metri cubi di materiale all’ora. Il cantiere, scoperto nel 1874, chiuse nel 1981, quando un guasto alle pompe che tenevano all’asciutto le gallerie si rivelò troppo costoso da riparare.
Officine. Falegnameria, fonderia, torneria, forge e sala modelli: qui gli operai riparavano e ricostruivano qualsiasi pezzo servisse alla miniera. La fonderia risale al 1885, mentre nella sala modelli si conservano ancora in parte i modelli in legno, raccolti dal 1938, che servivano a fondere i ricambi.
Galleria Anglosarda. È l’esperienza più intensa: circa un chilometro a piedi dentro una vera galleria di estrazione, scavata dal 1852 lungo il filone di Sant’Antonio. Si entra con caschetto e lampada, tra armature in legno, binari, vagoncini, perforatrici e cristalli di gesso bianchissimo sulla roccia.
Prima di salire in miniera
Per la visita bastano poche accortezze: scarpe chiuse e comode, perché si cammina su piazzali sterrati e dentro la galleria; una felpa, perché sottoterra l’aria è molto più fresca che fuori; acqua e cappello per i tratti all’aperto nelle giornate estive.
La giornata alterna il sole dei piazzali all’umido delle gallerie, spesso dopo ore di strada o di spiaggia. Chi viaggia con una terapia da seguire, tiene d’occhio la pressione o si accorge di aver dimenticato qualcosa in valigia può organizzarsi lungo il tragitto: che si arrivi da Cagliari o da Oristano, la strada per Montevecchio passa da Guspini.
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I contatti della Farmacia Saba
Farmacia Saba
Indirizzo: Viale Libertà, 25, 09036 Guspini VS
Telefono: 070971362 · Cellulare: 3462418443
Sito: www.farmaciasaba.com
Come organizzare la visita
Le visite partono dall’Infopoint di piazza Rolandi, nel cuore del borgo, ospitato nell’edificio color ocra che un tempo era la mensa degli impiegati: qui si comprano i biglietti e si incontrano le guide, iscritte all’albo regionale, che accompagnano i gruppi anche in inglese, francese, tedesco e spagnolo. Orari, calendario e prenotazioni cambiano con la stagione e vanno controllati sul sito ufficiale della Miniera di Montevecchio prima di partire.
Un dettaglio che conviene sapere in anticipo: dal borgo si raggiunge a piedi solo il Palazzo della Direzione. Per gli altri percorsi serve la propria auto, oppure si cammina per circa due chilometri lungo il Cammino Minerario di Santa Barbara. Il borgo, del resto, è anche tappa del Cammino: qui arrivano e ripartono le tappe da Piscinas e verso Guspini e Arbus, e i camminatori possono timbrare la credenziale.
Da Cagliari si percorre la SS 131 fino all’altezza di Sanluri e si seguono le indicazioni per Guspini; da Oristano e dal nord si esce al bivio per Terralba. Da Guspini si sale a Montevecchio in una decina di minuti. Chi viaggia senza auto può usare le linee ARST 214 da Cagliari e 208 da Villacidro, che arrivano a Montevecchio passando da Guspini.
Montevecchio si abbina bene a mezza giornata di mare: la Costa Verde, con le dune di Piscinas, è a portata di auto.
Tra la Sala Blu e il buio della galleria, Montevecchio racconta in poche ore come si viveva e si lavorava in una delle grandi miniere d’Europa, dai salotti dei proprietari alle stanze degli operai.