Le antiche Aquae Neapolitanae raccontano la romanizzazione dell’isola tra terme, viabilità, religione e testimonianze del periodo giudicale
Nel 227 a.C. la Sardegna entrò nell’organizzazione amministrativa romana come provincia governata da un pretore. Da quel momento sull’isola iniziò un processo di trasformazione destinato a incidere profondamente sulla lingua, sulla cultura, sulla religione e sulle abitudini delle popolazioni locali.
Uno degli strumenti principali della romanizzazione fu la costruzione di un articolato sistema stradale, capace di collegare i diversi territori e favorire gli spostamenti di persone e merci. La presenza romana lasciò inoltre un’impronta profonda sul patrimonio linguistico: il latino modificò progressivamente le lingue locali e il sardo conserva ancora oggi caratteri particolarmente evidenti della sua origine neolatina.
Dalle divinità nuragiche al culto romano
La trasformazione interessò anche la sfera religiosa. Nelle zone interne dell’isola sopravvissero più a lungo forme di religiosità legate alla tradizione preistorica e al rapporto con la natura. In altre aree, invece, i culti delle divinità nuragiche vennero progressivamente affiancati o sostituiti dalle divinità del pantheon romano.
Un caso particolarmente interessante si trova a Sardara, dove le antiche strutture termali sono legate a un precedente luogo di culto delle acque. Secondo l’ipotesi riportata dalle testimonianze storiche e archeologiche, sopra un preesistente Pozzo Sacro potrebbe essere stato costruito un tempio dedicato a una divinità romana, forse Giove, Giunone o Diana.
Attorno a questo complesso sorsero le Thermae, conosciute come Aquae Neapolitanae. Il centro termale viene citato dal geografo Tolomeo e compare anche nell’Itinerario Antoniniano, documento che descrive le stazioni e le distanze lungo le strade dell’Impero romano.
Una città intorno alle terme
Le Aquae Neapolitanae si trovavano lungo la strada che collegava Othoca, l’attuale Santa Giusta, con Karalis, l’odierna Cagliari. La presenza delle terme favorì lo sviluppo di un vero insediamento, del quale rimangono diverse testimonianze.
Le terme romane non erano semplicemente luoghi destinati all’igiene personale. I complessi termali rappresentavano importanti centri della vita sociale, comprendendo anche palestre, biblioteche e ambienti destinati alle riunioni e allo svago.
A Sardara, l’importanza dell’insediamento è documentata dall’estensione della necropoli romana individuata nell’area del nuraghe Arigau. A questa si aggiungono i resti di due fornaci utilizzate per la produzione di mattoni e una porzione dell’antica strada romana rinvenuta nei pressi della chiesa di Santa Mariaquas.
Le terme nel periodo giudicale
Le strutture principali del complesso termale riuscirono a sopravvivere nel tempo e continuarono a essere utilizzate anche durante il Medioevo. La funzione delle acque termali non venne quindi interrotta con la fine dell’età romana.
Durante il periodo giudicale, il centro era conosciuto con il nome di Villa de Abbas e mantenne una particolare importanza anche per la famiglia dei giudici di Arborea. I membri della casata si recavano periodicamente alle terme e, secondo la tradizione, disponevano probabilmente di un ambiente riservato alle esigenze della famiglia giudicale.
La storia del sito è legata anche a un episodio importante della storia medievale sarda: nel 1336 a Villa de Abbas morì il giudice Ugone II d’Arborea, padre di Mariano IV e nonno di Eleonora d’Arborea.
Il complesso termale di Sardara rappresenta così una testimonianza della lunga continuità di un luogo attraversato da culture e civiltà diverse. Dalla Sardegna nuragica alla presenza romana, fino all’epoca giudicale, le acque termali hanno mantenuto un ruolo centrale nella vita del territorio.