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Banditi e codici d’onore: il fenomeno del banditismo nella Storia della Sardegna

Banditi e codici d'onore

Il banditismo in Sardegna rappresenta un fenomeno storico e sociale di straordinaria complessità, profondamente radicato nella cultura dell’isola e intrecciato con le vicende della sua gente. Dalle montagne della Barbagia alle terre della Gallura, questa particolare forma di criminalità ha caratterizzato per secoli la storia sarda, evolvendosi e trasformandosi nel tempo, ma mantenendo sempre un carattere distintivo che la differenzia da altri fenomeni criminali italiani.

Le origini e le caratteristiche peculiari

Il banditismo sardo si distingue nel panorama criminale per alcune caratteristiche uniche: l’assenza di organizzazioni stabili e gerarchiche, la forte connessione con il mondo pastorale, e l’adesione a un codice morale non scritto ma profondamente radicato, il cosiddetto codice barbaricino. I banditi sardi hanno storicamente operato attraverso gruppi fluidi, che si formavano e si scioglievano secondo le necessità, senza mai costituire organizzazioni criminali strutturate come quelle presenti in altre regioni d’Italia.

Le attività criminali caratteristiche includevano l’abigeato (furto di bestiame), principalmente orientato verso pecore e cavalli, il sequestro di persona, la rapina e, in alcuni casi, l’omicidio su commissione. Un ruolo particolare era rivestito dalla “bardana”, una forma di assalto organizzato che rappresentava una delle manifestazioni più eclatanti del fenomeno.

Un aspetto particolarmente interessante del banditismo sardo è il ruolo delle donne, che va ben oltre il semplice supporto logistico. Le donne hanno storicamente svolto funzioni cruciali: dalla protezione e cura dei latitanti alla gestione dei sequestrati, dalla partecipazione attiva ai gruppi di fuoco fino all’assunzione di ruoli di leadership. Alcune sono passate alla storia come vere e proprie “banditesse”, dimostrando come il fenomeno non fosse esclusivamente maschile.

Il Settecento: l’era dei Savoia e la repressione

Il XVIII secolo segna un periodo cruciale nella storia del banditismo sardo, coincidente con l’ingresso dell’isola nel dominio di Casa Savoia nel 1720. Il fenomeno, particolarmente concentrato nel Nord dell’isola, nel Logudoro, nella Nurra e nella Gallura, venne immediatamente percepito come una minaccia seria dalle nuove autorità.

Il primo viceré sabaudo, Filippo Guglielmo Pallavicino, attuò misure drastiche come il divieto di porto e fabbricazione delle armi. Tuttavia, la complessità del fenomeno emergeva già dalla sua ambigua posizione sociale: i banditi godevano spesso della protezione non solo della popolazione locale, ma anche dell’autorità ecclesiastica e della nobiltà, che li utilizzava per risolvere questioni delicate.

Un caso emblematico è quello dei nobili Delitala di Nulvi, con Donna Lucia Delitala Tedde come figura di spicco, che rappresenta perfettamente l’intreccio tra banditismo e aristocrazia locale. Le autorità tentarono di contrastare il fenomeno con provvedimenti sempre più severi, dall’ordine di abbandonare gli ovili in luoghi impervi fino al divieto di portare la tipica barba lunga.

L’Ottocento: trasformazioni sociali e resistenza

Il XIX secolo vede una trasformazione profonda del fenomeno, catalizzata da eventi storici significativi. L’Editto delle Chiudende del 1820 rappresentò un punto di svolta, mettendo in crisi il sistema pastorale tradizionale con la privatizzazione delle terre comuni. La sostituzione della Carta de Logu con il Codice Feliciano nel 1827 segnò un ulteriore strappo con le tradizioni locali.

La Gallura, e in particolare il paese di Aggius, divenne uno dei centri nevralgici del banditismo ottocentesco. Le “disamistades” (inimicizie) tra famiglie raggiunsero livelli di violenza tali da coinvolgere anche le autorità locali. Il tentativo di insurrezione anti-sabauda del 1802, con il bandito Pietro Mamia come figura chiave, dimostra come il banditismo potesse assumere anche connotazioni politiche.

Il massiccio disboscamento dell’isola, che vide la superficie boschiva ridursi da 480.000 a 113.000 ettari tra gli anni Venti e il 1883, e l’inasprimento fiscale seguito all’Unità d’Italia contribuirono a creare le condizioni per una recrudescenza del fenomeno.

Il Novecento: dall’era fascista all’Anonima Sequestri

Il XX secolo vede una progressiva evoluzione del banditismo verso forme più moderne di criminalità. Durante il periodo fascista, il regime tentò di controllare il fenomeno anche attraverso misure amministrative, come l’istituzione della Provincia del Littorio nel 1927, con capoluogo Nuoro.

Emblematica è la figura di Samuele Stochino, ex sergente della Brigata Sassari e medaglia d’argento al valor militare, divenuto poi bandito con una taglia di 200.000 lire sulla testa, che rappresenta perfettamente la complessità del fenomeno e i suoi legami con la storia militare dell’isola.

La seconda metà del secolo è caratterizzata dall’emergere dell’Anonima sequestri, un fenomeno che, pur mantenendo caratteristiche proprie del mondo agro-pastorale sardo, si distingue per organizzazione e portata. Dal 1960 al 1997 si contano circa 180 sequestri di persona, alcuni dei quali hanno profondamente colpito l’opinione pubblica nazionale, come quelli di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, Farouk Kassam, Soffiantini e Silvia Melis.

Il presente: evoluzione e trasformazione

Nel XXI secolo, il banditismo tradizionale ha subito una profonda trasformazione. Il sequestro di persona nella sua forma classica è praticamente scomparso, mentre sono emerse nuove forme di criminalità: dal traffico di droga agli assalti a bancomat e furgoni portavalori, spesso realizzati con mezzi pesanti e tecniche moderne.

Gli attentati ai rappresentanti delle istituzioni, in particolare ai sindaci dei piccoli comuni, rappresentano una nuova manifestazione del fenomeno, con 12 atti intimidatori registrati nel solo 2018. Questa evoluzione riflette i cambiamenti della società sarda e le nuove opportunità criminali offerte dal mondo contemporaneo.

La storia del banditismo sardo rappresenta un capitolo fondamentale per comprendere l’evoluzione sociale, economica e culturale dell’isola. Da fenomeno profondamente radicato nella cultura agro-pastorale a manifestazione moderna di criminalità organizzata, il banditismo ha saputo adattarsi ai cambiamenti della società, pur mantenendo alcune caratteristiche distintive che lo rendono un fenomeno unico nel panorama criminale italiano.

Domande frequenti sul banditismo sardo

Condividiamo insieme alcune risposte alle domande più frequenti sul banditismo sardo e sulle sue complesse sfaccettature.

Quali sono le caratteristiche principali che distinguono il banditismo sardo da altre forme di criminalità organizzata?

Il banditismo sardo si distingue per l’assenza di organizzazioni criminali stabili e gerarchiche. Le bande si formavano e si scioglievano secondo necessità, seguendo un codice morale non scritto (il codice barbaricino) e mantenendo un forte legame con il mondo pastorale. Questa fluidità organizzativa lo differenzia nettamente da altre forme di criminalità organizzata italiana.

Che ruolo hanno avuto le donne nel banditismo sardo?

Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale e multiforme: si occupavano della protezione e cura dei latitanti, gestivano i sequestrati, partecipavano ai gruppi di fuoco e in alcuni casi assumevano ruoli di leadership. Alcune sono passate alla storia come vere e proprie “banditesse”, dimostrando come il fenomeno non fosse esclusivamente maschile.

Quale evento storico ha significativamente influenzato l’evoluzione del banditismo nell’Ottocento?

L’Editto delle Chiudende del 1820 ha rappresentato un punto di svolta cruciale. Questo provvedimento, che privatizzava le terre comuni, mise in crisi il sistema pastorale tradizionale, contribuendo significativamente all’incremento del fenomeno del banditismo. Il successivo disboscamento massiccio dell’isola e l’inasprimento fiscale post-unitario aggravarono ulteriormente la situazione.

Come si è evoluto il fenomeno dei sequestri di persona nella seconda metà del Novecento?

Dal 1960 al 1997 si sono registrati circa 180 sequestri di persona a scopo di estorsione. Questo periodo ha visto l’emergere della cosiddetta “Anonima sequestri”, con rapimenti di alto profilo come quelli di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, Farouk Kassam, Soffiantini e Silvia Melis. I riscatti si aggiravano tipicamente tra i 300 e i 600 milioni di lire, talvolta superando il miliardo.

Come si manifesta il banditismo sardo nel XXI secolo?

Nel XXI secolo, il banditismo tradizionale si è trasformato significativamente. I sequestri di persona sono praticamente scomparsi, sostituiti da altre forme di criminalità come il traffico di droga, gli assalti a bancomat e furgoni portavalori, spesso realizzati con mezzi pesanti e tecniche moderne. Si registrano anche atti intimidatori verso i rappresentanti delle istituzioni locali, in particolare i sindaci dei piccoli comuni.

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Redazione Estate in Sardegna

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